Kirkegaard, filosofo danese, cresciuto
in un clima di religiosità severa, nelle sue opere come prima
caratteristica cerca di indagare sull'esistenza umana, come specifico
modo d'essere dell'uomo nel mondo, sotto un punto di vista
drammatico. Secondo questo filosofo infatti l'esistenza è un insieme
di possibilità che pongono l'uomo di fronte a più scelte e sta a
lui decidere quale vivere. Questa possibilità di scegliere genera
un'angoscia, una condizione che è determinata dalle infinite
possibilità di scelta.
Aspetto fondamentale affrontato da
Kirkegaard è il singolo e la sua soggettività, ed è anche uno
degli aspetti della sua critica nei confronti di Hegel, che riteneva
la specie umana più importante dell'individuo. L'individuo è in
collegamento con l'assoluto è l'esistenza, e gli stadi
dell'esistenza sono modi fondamentali di vivere e che per questo
filosofo sono principalmente tre: la vita estetica, etica e
religiosa. Lo stadio estetico è la forma di vita in cui l'uomo è
alla ricerca di cose finite, di bisogni immediati, ha un'approccio di
bellezza nei confronti della vita, è alla ricerca dell'attimo
fuggente, è un'avventura che però oltre alla sua apparente
gioiosità porta alla noia. Vivendo in modo estetizzante l'uomo non
compie delle scelte impegnative, scegliendo di non scegliere perde
cosi la propria identità con cui non si identifica più, è come se
si perdesse in sé stesso. Il bisogno di ritrovare sé stesso lo
porta alla scelta della disperazione che attraverso questa assunzione
di responsabilità lo porta in un nuovo stadio, quello etico. L'uomo
sceglie di scegliere, si inserisce nella società assumendo un ruolo.
L'individuo etico si sottopone a un modello dove a definirlo è il
dovere, la morale, la normalità,è un uomo tranquillo e sicuro di
sé, ma nonostante il suo apparente stato di benessere sente che c'è
qualcos'altro, tende al peccato e alla disperazione.
C'è quindi un'alternativa alla vita
etica, un bisogno che porta allo stadio religioso, di fede con
l'assoluto, e grazie al quale riesce a eliminare quasi completamente
l'angoscia e la disperazione aprendosi totalmente a Dio, nonostante
la fede non sia chiara e provata e quindi in parte intimorisce ma è
comunque qualcosa a cui ci si affida, su cui si scommette.
Dopo la morte di Hegel, vi fu una
spaccatura sul modo di interpretare il pensiero di questo filosofo e
un diverso atteggiamento di fronte alla religione e alla politica. La
spaccatura della scuola hegeliana è divisa in una visione più
conservatrice e una più rivoluzionaria. Secondo la visione della
destra hegeliana tutto ciò che accade, è espressione razionale
dell'assoluto, mentre secondo la sinistra la concretizzazione
dell'assoluto come divenire è possibile solo attraverso un
cambiamento e una rivoluzione. La sinistra si impegna quindi a
trasformare la realtà per renderla razionale e opta per un
cambiamento di idee e istituzioni e non per il loro conservamento. Il
razionale non si compie da solo ma bisogna agire attivamente per
svelare l'assoluto, e non aspettare passivamente che tutto accada
come secondo la visione della destra hegeliana.
Figura che spicca nella sinistra
hegeliana è quella di Feurbach, che è il fondatore dell'ateismo
filosofico ottocentesco. Punto centrale del suo pensiero è quello
secondo cui non è Dio ad aver creato l'uomo ma è l'uomo ad aver
creato Dio. La religione è infatti espressione dell'uomo e della sua
natura, non è nient'altro che una proiezione illusoria di qualità
umane, espressione dei sentimenti e desideri dell'uomo. L'uomo si
aliena cosi da sé stesso, “scindendosi”, proietta e oggettiva
quest'idea fuori di sé, in una figura superiore Dio alla quale si
sottomette. L'alienazione dell''uomo sta proprio nel fatto che tanto
più pone in Dio tanto più toglie a sé stesso privandosi della
propria divinità, oggettivando Dio si depotenzia il proprio essere
e si proietta in questa astrazione la propria essenza. La presa di
coscienza i questa alienazione genera secondo Feuerbach la necessità
di alienazione. Quell'invenzione che è Dio è in realtà l'uomo e
l'ateismo consiste nella riapproprioazione della propria parte
alienata. L'uomo è uomo e riconoscendo gli altri esseri umani uguali
a lui, e ponendoli allo stesso livello si crea un'uguaglianza. L'uomo
si riappropria quindi si sé stesso per arrivare poi ad
un'uguaglianza.
Chi riconosce la funzione critica
all'alienazione esposta da Feurbach è Marx, “il filosofo del
comunismo”, il cui pensiero riveste una portata universale.
Nonostante condivida questo aspetto di alienazione critica il fatto
che sia solo religiosa sostenendo che sia anche lavorativa. Le
disuguaglianze economiche e sociali non spariscono con l'uguaglianza
politica e giuridica, solo una rivoluzione economica potrebbe creare
una parità sociale. L'economia, base della società, è
caratterizzata da modi di produzione e sovrastrutture, la cui fonte
di profitto è data dalla forza lavoro. Chi permette in
funzionamento dell'economia sono quindi gli operai visti come una
“merce”
da sfruttare, sistema che permette il
solo arricchimento dei capitalisti. L'operaio creando solo un pezzo
nella catena di montaggio non vede il prodotto finito, non vedendo la
sua creazione non sa più perchè lavora.
" Lavoratori di tutto il mondo unitevi"
Secondo Marx tutti i
lavoratoti si sarebbero dovuti unire per cambiare la struttura
economica, rendere i mezzi di produzione statali in modo tale che lo
stato ci guadagnasse direttamente per poi ridistribuire in modo
omogeneo le ricchezze. Attraverso un patrimonio statale in comune
sarebbe possibile garantire a tutti anche ai più poveri i bisogni
primari.